Filosofia, come aiuto ad applicarla alla vita quotidiana: fidiamoci di chi è degno!

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“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, prendendo spunto da questo detto popolare possiamo parlare di fiducia e del suo contrario, due stati d’animo entrambi utili per vivere bene. Le difficoltà nascono quando uno stato prevale troppo sull’altro impedendo l’instaurarsi di buone relazioni. Pensiamo al caso estremo in cui ci si fida ciecamente degli altri, quando si pone tutta la fiducia nelle mani di persone che, per così dire, ci ispirano, salvo poi, a fregatura avvenuta, dover raccogliere i cocci della delusione che tanto più è cocente quanto più era grande la nostra aspettativa. Le domande più ricorrenti che si pone il troppo fiducioso sono: perché non riesco a capire di chi fidarmi? Cosa mi spinge ad essere così? Ebbene, chi si fida troppo spesso confonde, o vede con poca chiarezza, la differenza tra realtà e finzione. Si lascia ingannare dagli affabulatori, da chi con un carisma, spesso costruito, infonde certezze basate sul nulla, sussurra frasi di largo consenso spacciandole per nuove verità. Dietro questa fiducia estrema si nasconde il bisogno di affidarsi alle mani sicure di qualcuno ritenuto capace di condurci lungo il difficile cammino dell’esistenza. L’estrema fiducia ricorda l’atteggiamento infantile, lo stesso di quando bambini ci si poneva con un atto di assoluta sicurezza nelle braccia materne e paterne, braccia che a volte ci hanno accuditi troppo impedendoci di sperimentare il mondo: luogo non di soli onesti, ahimè! La medicina, l’antidoto per sconfiggere la fiducia esagerata, è interrompere questa ri-cerca che non avrà esito. Dobbiamo viceversa imparare a dare nuovo valore alla fiducia, un po’ come abbiamo fatto con la moneta dopo l’avvento dell’Euro, ci vorrà del tempo, ma alla fine ci riusciremo. Il primo passo consiste nel verificare ciò che l’altro dice, scoprire le contraddizioni della sua vita, guardare ed ascoltare con occhio critico. Ciò non significa non fidarsi più di nessuno, ma iniziare a fidarsi di chi ne è degno. Ricordiamo che la nostra fiducia è un bene prezioso da non sperperare ai quattro venti e da non regalare al primo venuto.

Maria Giovanna Farina http://mariagiovannafarina.altervista.org/

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Il valore di un GRAZIE

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Grazie è un breve racconto scritto da Daniel Pennac per il teatro, parla di un artista alle prese con un discorso di ringraziamento per l’imminente premiazione, sta per essere premiato per “l’intera sua opera”: il testo ci fornisce l’opportunità di riflettere sul significato del grazie anche dal punto di vista filosofico tenendoci lontani dal ringraziamento formale. Non mi soffermo troppo sulla trama, che si può riassumere in una disquisizione a tratti nevrotica su a chi deve essere rivolto il ringraziamento, ma invito a concentrarsi sul grazie e sul suo valore nella nostra vita. Nel libro viene affrontato il ringraziamento tenendo conto quali siano le persone che più lo meritano, noi cerchiamo di risalire al significato originario di questa breve parola. Ringraziare è prima di tutto un atto di umiltà, pronunciando un grazie riconosco il valore dell’altro nella mia vita, del suo esserne parte in causa. Il grazie ci mette in questo modo in una posizione di inferiorità, un tempo il ringraziare si accompagnava all’inchino di fronte al sovrano che per qualche motivo dava un’opportunità, una chance di salvezza o faceva l’onore di qualche privilegio. Chi sa ringraziare con il profondo del cuore è una persona riconoscente e che ha memoria delle cose. “Non scorderò mai il favore che mi hai fatto”, non è questa una frase per ringraziare ora e per sempre chi ci ha fatto un favore? Sulla scia del filosofo Martin Heidegger possiamo affermare che la capacità di ringraziare nasce dal ri-conoscimento di sé: chi sa dire grazie è in grado di andare incontro all’altro con semplicità perché non ha bisogno di imporsi, sa già di essere una persona di valore. Queste sono le premesse per leggere il breve racconto di Pennac, vale a dire con un atteggiamento critico verso il protagonista che, nonostante le sue profonde riflessioni, non ha risolto granché. Possiamo provarci noi.       Ai lettori rimane lo spunto per riflettere ed elaborare l’importanza del ringraziamento e per chi volesse scivolare verso la musica leggera propongo l’ascolto e la lettura di una vecchia canzone di Renato Zero: “Grazie a te” dall’album Tregua, 1980. Troverete nel testo ciò che si può intendere, con parole semplici ma incisive, per vero ringraziamento.

A proposito del tema, ecco l’intervista che feci a Claudio Bisio qualche tempo fa

http://www.laccentodisocrate.it/Bisio11.html

 

L’ottimismo può farci cambiare? Sì, qualcosa cambierà!

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Capita che le persone si mostrino disponibili, promettano aiuto e appoggio, poi nel momento del bisogno si rivelino completamente all’opposto. In questi casi dobbiamo superare la tentazione di essere generalisti e di fare di tutta l’erba un fascio. È vero, può accadere, ma a volte siamo noi a credere che “tanto sarà sempre le stessa cosa”, che non troveremo mai qualcuno su cui contare veramente. Questo modo di pensare è provocato da tre fattori principali, conoscerli ci aiuta a superare le difficoltà. Il pessimismo. È legato a come siamo cresciuti e a come ci hanno educati, ma anche a qualcosa di più intimo, altrimenti sarebbe difficile spiegare come alcune persone, nonostante una vita ricca di eventi spiacevoli e difficoltà di ogni tipo, continuino a conservare un certo grado di ottimismo. L’ottimismo, e non l’incoscienza, aiuta a credere che prima o poi una persona seria la incontreremo.

Per Aristotele il giusto mezzo ci rende felici e ciò possiamo applicarlo anche nel considerare senza eccessi le diverse situazioni. La bassa considerazione di sé inibisce i rapporti con gli altri. Ecco un caso che può essere capitato a noi o lo abbiamo notato come comportamento altrui: una nuova conoscenza ci invita a casa sua, organizza una cena in compagnia anche di altre persone e ci dimostra di avere piacere della nostra presenza. Se siamo mossi dalla convinzione di non meritarci la sua amicizia, quando ci congediamo tendiamo a ringraziare esageratamente o a addirittura chiedere scusa per il presunto disturbo arrecato. E ripetiamo le stesse parole ogni volta. È bene tener presente che la scarsa considerazione di sé induce in comportamenti che possono essere mal interpretati. Si finisce così nella convinzione di avere il marchio del non essere meritevoli. Pensiamo che ci capiterà sempre la stessa situazione negativa come se fossimo predestinati. Ma non è così. Per uscire da questa condizione e migliorare l’opinione di noi stessi bisogna desiderare fortemente un cambiamento: abbandoniamoci per un istante agli altri e godiamoci l’invito a cena senza troppo ringraziare. E qualcosa cambierà!

Maria Giovanna Farina © Riproduzione vietata

Cos’è l’abitudine? Prepariamoci al cambiamento

 

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Quante volte si sente dire: “Sono abituato così” oppure “Certe abitudini non si cambiano facilmente”. Che cosa è l’abitudine? Un comportamento dettato dalla consuetudine e caratterizzato dalla ripetizione degli stessi comportamenti, in altre parole un modo di agire ripetitivo dal quale non riusciamo, o non vogliamo, staccarci. Finché l’abitudine ci rende felici possiamo continuare così, ma quando diventa un peso, è routine e monotonia, allora dobbiamo riflettere e trovare una via d’uscita. È anche vero che le abitudini ci danno sicurezza: acquistare il giornale sempre nella stessa edicola sicuri di incontrare le stesse persone e di essere riconosciuti ci dà l’illusione di poter dominare gli eventi e la speranza che nessun contrattempo possa insinuarsi nella nostra quotidianità. Noi umani temiamo l’impredicibile anche se per certi versi ci attrae, se il bisogno di certezze prende il sopravvento agiamo con l’illusione di tenere sotto controllo gli eventi e scivoliamo nella ripetizione. Una simile scelta ci impedisce però di fare nuovi incontri e di soddisfare la nostra anima esploratrice. C’è in ognuno di noi la spinta innata alla conquista e alla ricerca del nuovo e più questa caratteristica emerge pienamente più si possono concretizzare azioni e professioni che prevedono il non stare mai nello stesso luogo. Per certe persone, il celebre motto riferito all’acqua di un fiume, attribuito al filosofo EraclitoNon ci bagnano mai nella stessa acqua”, diventa un modello di vita. Chi al contrario soffoca completamente questo aspetto della propria anima avverte il peso della monotonia quotidiana fino a casi estremi di perdita dell’interesse e della curiosità che non dobbiamo confondere con la depressione. Come uscire dalla monotona abitudine quotidiana? Sempre a piccoli passi, giorno dopo giorno, iniziamo ad esempio col non comprare il giornale sempre nella stessa edicola, là dove sia possibile percorriamo strade diverse per giungere a destinazione, sovvertiamo magari l’ordine di alcuni oggetti della casa…Queste piccole e semplici strategie ci aiutano a rompere il circolo vizioso dell’abitudine dandoci la possibilità di assaporare il cambiamento senza traumi preparandoci, là dove lo desideriamo, a cambiamenti più significativi, ma quel che più conta è che queste strategie sono un valido mezzo per creare un’apertura nei nostri orizzonti mentali costretti dall’abitudine ad essere troppo chiusi.

Maria Giovanna Farina 

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Educare allo sport per educare alla vita

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Lo sport contribuisce alla perfezione fisica, ma non è solo questo. È disciplina, senza disciplina non si ottengono risultati, è coraggio, pensiamo agli scalatori o ai canoisti sulle rapide, è armonia estetica e coordinazione dei movimenti come ad esempio nella danza classica. Per queste ragioni gli antichi Greci, che contavano gli anni dalla prima Olimpiade (776 a. C.), esaltavano il valore della ginnastica come utile disciplina per ottenere insieme alla conoscenza/sapienza quella perfetta eutimia tra anima e corpo, e immortalavano nelle loro opere d’arte scene di giochi sportivi con i loro campioni. In modo particolare lo sport a squadre prevede il coordinamento degli sforzi e l’obbedienza ad un progetto comune. Nel gioco di squadra emergono le caratteristiche individuali che armonizzate con quelle degli altri giocatori danno l’opportunità di lavorare insieme ed in questo modo lo sport diventa una palestra per la vita quotidiana. Da anni gli episodi di cronaca danno dello sport ed in particolare del calcio una visione molto diversa. Si è perduto l’aspetto ludico della partita, vale a dire il suo carattere disinteressato, essa infatti dovrebbe sancire la vittoria del migliore in completa sintonia con lo spirito sportivo. La partita è un insieme di regole finalizzate al raggiungimento dell’obbiettivo, l’agonismo non deve essere guerra, ma sana competizione e non dovrebbe dar luogo ad un conflitto per la vittoria finale. Quando si arriva allo scontro non si tratta più di agonismo ma di tifo esasperato, il fanatismo sportivo che provoca disordini. Il fanatismo, in tutte le sue diverse espressioni, ha funestato la storia dell’umanità provocando guerre, persecuzioni e conflitti violenti: insinuandosi nello sport lo trasforma da momento di divertimento e gioia, in occasione di conflitto preparando il terreno ad un’illegalità dettata da esclusivo interesse economico. In conclusione, nello sport sembrano insinuarsi i lati peggiori della vita contemporanea: l’insofferenza verso le regole, il rifiuto di un giudizio obiettivo contrario ai nostri desideri, la volontà di averla vinta ad ogni costo. Ci siamo allontanati troppo dalla visione olimpica dell’antica Grecia e questo deve farci riflettere per poter ri-donare allo sport il suo valore fondamentale: quello di cura del corpo per ben convivere con l’anima, fin dall’infanzia.

Maria Giovanna Farina

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