Scegliere è libertà

scegliL’incapacità di scegliere a volte può farci perdere occasioni interessanti. Innanzi tutto per scegliere è necessario avere delle opzioni da prendere in considerazione e valutare. Scegliere è un atto importante che condiziona una vita, il futuro di un’azienda o di una nazione. E’ di conseguenza necessario imparare fin da bambini questa importante attività di pensiero e azione. Gli adulti devono dare però un contenimento e vigilare sulla scelta per assicurarsi che sia davvero personale, solo così si garantisce una crescita equilibrata. Quando ad esempio dobbiamo acquistare un abito a nostro figlio facciamogli un discorso di questo tipo: “Questo è l’indumento di cui hai bisogno, ora scegli tu il colore”. E se il colore non fosse di nostro gradimento, ricordiamo che lui ha fatto quella scelta ed è interessante scoprirne la ragione più che criticarne il gusto. Ricordiamo che l’abito rappresenta il noi-nel mondo, le sue aspirazioni e il suo bisogno di comunicare. In questo caso impedire la scelta sarebbe bloccare un bisogno di espressione. Qualcosa che vuol venir fuori. Quando da grandi siamo chiamati a scelte più difficili come la scelta politica, religiosa, lavorativa o matrimoniale possiamo sentirci impreparati proprio perché non siamo abituati e capaci di scegliere. E quante volte la scelta è davvero tale o è un prendere per buono quello che ci capita perché scegliere è molto faticoso e rischioso? Una ragazza voleva lasciare il fidanzato, ma ad un passo dal matrimonio ci ha pensato lui. Lei ci resta malissimo e dice che lo ama ancora, in realtà parlandole afferma che sei mesi fa lo avrebbe lasciato per tutti i suoi innumerevoli difetti. In realtà non ha saputo scegliere di abbandonare un progetto che ormai vedeva già come fallimentare e, in questo caso, il suo dire “lo amo ancora” è un tentativo di trovare una giustificazione alla sua incapacità. Scegliere le avrebbe donato la libertà.

Maria Giovanna Farina

Fatti gli affari tuoi!

curiosoChi si intromette arbitrariamente nella vita altrui senza che nulla gli sia richiesto non viene visto di buon occhio. Dobbiamo distinguere tra il cosiddetto impiccione e chi si intromette sentendosi in qualche modo autorizzato. Il primo, l’impiccione, è mosso dalla forte e morbosa curiosità per i fatti altrui allo scopo di riempire una vita spesso poco gratificante e povera di emozioni. Parlare dei fatti altrui allontana dalle problematiche individuali, è un vero e proprio diversivo. Per allontanare l’indiscreto è necessaria un po’ della sua sfrontatezza e senza mezzi termini dobbiamo dirgli, in modo più o meno colorito, “Fatti i fatti tuoi!”, non dobbiamo demordere se il nostro ficcanaso non si dovesse arrendere al primo invito. Il secondo caso, l’impiccione auto-autorizzato, è più difficile da gestire perché abbiamo anche noi una certa responsabilità nel aver più o meno favorito il suo comportamento. Pensiamo al caso in cui abbiamo chiesto un prestito di denaro ad un amico o un parente, proprio in quel momento della vita in cui le cose non andavano tanto bene, gli abbiamo raccontato il nostro problema e lui con molto calore si è mostrato solidale e comprensivo tanto da farci il prestito senza interessi. Ci siamo sentiti risollevati e gli siamo molto grati. Dopo un po’ gli abbiamo restituito la somma con mille ringraziamenti. Accade che col tempo questo nostro “benefattore” continua a mostrarsi troppo solidale e oltre a chiederci come vanno le cose, inizia a dare consigli su come gestire la casa, come educare i figli fino a criticarci se ci concediamo il piacere di un diversivo, un abito in più, il parrucchiere, eccetera. Si giunge a sentirsi prigionieri di questa situazione, a sentirsi in eterno obbligo perché un giorno fu generoso con noi e in virtù di questo ingoiamo bocconi amari. Come possiamo liberarci da questo legame capestro? Uscendo dalla logica dell’eterna gratitudine perché il vero benefattore, quello che ti aiuta con vera generosità, non chiede continui ringraziamenti, non dà per avere. Il dare per avere, do ut des, è l’esatto opposto della generosità; dopo aver spiegato all’interessato questa dinamica se non la capisce non sentiamoci in colpa nel pronunciare: “Ma fatti gli affari tuoi”.
Maria Giovanna Farina

Il viaggio delle stelle

Un piccolo confronto fra due grandi della musica: Renato Zero e David Bowie

David Bowie, un artista senza tempo che mi ha sempre affascinata e poi colpita quando finalmente mi sono imbattuta, sprofondando, nella sua arte. Tutto partì da Renato Zero, il cantante prediletto della mia adolescenza capace di ispirarmi pensieri leggeri e profondi tanto da associarlo ad un filosofo del ‘600 come Renato Cartesio. I due hanno in comune il punto di incontro tra gli opposti, sanno parlare colpendoti diritto al cuore e come a tanti miei coetanei è nata una passione travolgente che racconto in “Da zero alle stelle”.

zero Un giorno di tanti anni fa, eravamo nei favolosi anni ’70, qualcuno mi disse che Zero si era molto ispirato per mettere in scena se stesso ad un grande della musica mondiale: David Bowie.bowie

In occasione di un incontro in libreria per parlare soprattutto di Renato Zero, da me definito un filosofo pratico, ho ripreso in mano questa antica e fastidiosa idea giungendo alla conclusione filosofica più semplice e rappresentata da un esempio famoso. Leibniz e Newton, entrambi scienziati e filosofi, dettero il via ad una nota querelle causata dal calcolo infinitesimale di cui entrambi si volevano arrogare la paternità. Newton addirittura ebbe delle conseguenze psicologiche dovute allo stress. Infine si giunse alla conclusione che ognuno per conto proprio era arrivato allo stesso risultato senza copiarsi: credo si possa applicare la stessa conclusione ai due artisti Zero e Bowie anche se con le dovute specifiche. I due hanno dei punti in comune ma a mio parere sono profondamente diversi, una diversità che si può riassumere nella loro peculiarità: Renato, crescendo si è trasformato senza perdere la sua fisionomia, anzi tenendo vivo il Renato di sempre; David invece ha cambiato pelle come un camaleonte sottolineando i suoi diversi alter ego che si sono succeduti, è infatti passato attraverso nomi differenti come Ziggy Stardust, Halloween Jack, The Thin White Duke e Nathan Adler. Quando iniziai ad osservarlo con attenzione era il periodo in cui lo si chiamava il Duca bianco.

Di Renato ho già raccontato molto, di David pochissimo e per questa ragione in occasione della serata in libreria Locandina 5 luglio Milano IL viaggio delle stelle DEFINITIVA(libreria Il Domani di Milano) desidero riflettere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

soprattutto sull’ultimo atto della sua esistenza raccontato nel disco Blackstar.

Ecco il video della canzone che dà il titolo album

Si è detto molto di quest’ultimo lavoro di Bowie rifacendosi anche alle immagini del video interpretandolo in senso religioso per la presenza della crocifissione e di altri simboli che rimandano all’alterità metafisica. Ascoltando ed osservando mi sono calata nei significati propriamente filosofici e senza rinnegare quelli religiosi ho letto tutto dal punto di vista simbolico.

Bowie gira questo video conscio della sua malattia inguaribile, si nota con evidenza che non sta bene. L’ambiente e la musica creano una profonda mestizia, l’uomo delle stelle, l’eterno alieno, mette in scena la sua fine con l’aiuto di tre personaggi, due maschi e una femmina capaci di rappresentare le parti di sé. Il video inizia con una donna che in un paesaggio alieno si dirige verso un astronauta morto, gli alza la visiera del casco e appare un teschio tempestato di pietre preziose. Nel frattempo Bowie inscena una danza finale con gli occhi coperti da una benda bianca e al posto degli occhi ci sono due pietre che sembrano diamanti. La scena del Golgota si affaccia con la sua tragicità seguita dalla donne in cerchio attorno al teschio che ricordano le donne che accorsero al sepolcro di Gesù. Credo che il messaggio più forte di questa canzone sia l’elaborazione del lutto che Bowie ha paradossalmente messo in scena prima di morire per i suoi fan, ma soprattutto per se stesso. Il dispiacere di andarsene, lui che sentiva di essere una persona importante, infatti il suo teschio ricoperto di pietre preziose si fa reliquia sacra. Lui, un essere umano che lascia un segno nel mondo ma che ha la necessità di elaborare la perdita di sé. Un alieno, un diverso caduto sulla Terra per errore, può divenire simbolo da venerare per il merito di aver affrontato con coraggio ed elaborazione artistica il disagio di non essere di questo pianeta. Elaborare il lutto prima di andarsene e metterlo in scena credo sia l’ultimo atto di geniale teatralità di questo artista che è artista nel senso più pieno del termine.

Maria Giovanna Farina ©Riproduzione riservata

Lasciamoci il passato alle spalle?

Il passato e la filosofia per vivere meglio

In Galleria, Milano acquarello di Daniela Lorusso, 2010

In Galleria a Milano, acquarello di Daniela Lorusso, 2010

Lasciamoci il passato alle spalle, quante volte abbiamo udito questa frase che è un suggerimento; d’altro canto ne è sempre arrivata una contraria: il passato va superato altrimenti blocca la nostra evoluzione. Allora cosa dobbiamo fare? Solo un po’ di chiarezza per comprendere che la contraddizione è solo apparente e dettata da una troppo veloce acquisizione dei concetti.

Come ho più volte sottolineato, il passato è un prezioso patrimonio di esperienze comuni, nel caso della nostra vita personale è un pozzo dove attingere per analizzare: questo è ciò che si dovrebbe fare. Facciamo un esempio. Ci siamo fidati delle promesse di qualcuno, magari un professionista che ci ha fatto intravedere un contratto favorevole di lavoro prospettandoci successo grazie alle sue particolari conoscenze e alla nostra grande bravura… insomma non ci siamo accorti che la persona in questione stava solo vendendo fumo. Si sa quanto i venditori di fumo siano incredibilmente abili, perché vendere fumo, al di là che non costa nulla ed è al netto di IVA, richiede una gran faccia di bronzo. Il nostro problema è non saper distinguere l’oro dal bronzo per cui diventa necessario studiare la situazione e in questo caso nulla più delle esperienze ci può venire in soccorso. Se ci lasciamo alle spalle tutto il brutto, anche le sconfitte, come facciamo a trarne giovamento? Ed è qui che si inserisce il secondo ragionamento: lasciarsi alle spalle il passato non deve significare dimenticarlo, ma usarlo per non fallire nuovamente nel giudizio. Se mi concentro su tutte le facce di bronzo che ho incontrato troverò un fattore comune e imparerò a riconoscerle dopo pochi minuti di osservazione e, al di là delle specifiche differenze soggettive, saprò subito chi ho dinnanzi e che mi conviene fuggire da un simile rapporto perché mi porterà solo sconfitte, delusioni e magari brutte figure. In questo caso noterete che non si tratta di fidarsi delle apparenze ma delle capacità discriminatorie nate da un’attenta analisi delle fregature che ho preso. Di conseguenza non avremo più il tormento di aver preso una fregatura perché da essa avremo appreso una competenza necessaria per non ricascarci più e a chi ci ci dirà “il passato va lasciato alle spalle”, sapremo cosa rispondere.

Infine: con noi il venditore, o la venditrice, di fumo non avrà più alcuna chance perché alle spalle abbiamo lasciato solo la delusione.

Maria Giovanna Farina

Mi hanno rubato le more

Ci sono situazioni della vita che possono davvero ferirci, una di queste è quando si prendono gioco di noi magari anche con false accuse. Di seguito il racconto iperbolico di un furto di “more” con destrezza, ognuno di noi può trovare attraverso la storia il rimedio per non farsi “ricattare” dal molto tossico sentimento di colpa.

Cranberry jam

Il racconto delle more

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– Ma siamo sicuri che non mi abbiano rubato la marmellata? – Me lo sono chiesta quando dal barattolo di confettura extra mancavano le more. Sì, perché la marmellata era di frutti di bosco e neanche con la lente di ingrandimento sono riuscita a trovare la più piccola traccia di more: solo lamponi, fragole selvatiche e mirtilli. Questo il problema serio di chi non riuscendo a pensare correttamente si trova a dover affrontare simili grandi enigmi che sanno far impallidire anche Agatha Christie. Possibile che non ho niente di meglio di cui occuparmi? Ma come ho fatto a cacciarmi in un simile tremendo guazzabuglio? È accaduto in un momento critico quando qualcuno, una manina lesta, mi ha rubato qualche decina di euro con destrezza. È lì il punto: come facevo a dirle che si trattava di un furto, non ho visto mentre si intrufolava nei meandri del mio grande borsone, non mi sono accorta, confusa da una serata troppo movimentata: eppure i soldi non ci sono più e siccome non hanno le ali qualcuno li avrà catturati… sono sicura sia stata la manina, ma come facevo a denunciare un simile misfatto in mezzo a tanti strenui difensori del politicamente corretto? La cattiva ero io che dovevo lasciare una “bustarella” cospicua ad un povero essere (il sesso non ve lo dico) indifeso e pieno di difficoltà…come no!
Purtroppo accade troppo di frequente che chi sbaglia non paga, o paga troppo poco, e chi subisce è quello sbagliato solo perché si sta lamentando di ciò che gli è stato sottratto ingiustamente e con dolo. In conclusione: Non possiamo permetterlo!

Maria Giovanna Farina ©Riproduzione riservata

La musica è terapia per l’anima, Collana Pratica Filosofica

La foto di Renato Zero è di Roberto Passeri, le altre sono per gentile concessione dei cantanti

La foto di Renato Zero è di Roberto Passeri, le altre sono per gentile concessione dei cantanti

Collana Pratica Filosofica

Chi di voi non ha ascoltato la musica a manetta? Fino a stordirsi, fino a farsela rimbombare nella pancia? Credo tutti quando eravamo adolescenti, ma anche dopo. Da grandi quando desideriamo dimenticare una situazione spiacevole, evadere dalla routine e rifugiarci in un altrove immaginario o immaginato. Ci sono momenti in cui desideriamo piangere e anche lì la musica sa venirci in aiuto. Ho voluto raccontare, nella Collana di Pratica Filosofica, anche il mio percorso attraverso quattro musici perfetti, come li chiamerebbe Cartesio. Sono Renato Zero, Alberto Fortis, Mariella Nava e Cristiana Pegoraro che mi ha fatta crescere musicalmente.

La musica accompagna da sempre la nostra vita, partendo dal ritmato tamburo del cuore materno ci siamo cullati con le note percepite da lontano mentre eravamo nel tranquillo Eden del grembo; crescendo siamo passati dalla colonna sonora del primo bacio, alla marcia nuziale… Ma una musica importante per tutti noi è quella che ci appassionò durante i primi anni fino all’adolescenza. Quei suoni hanno forgiato la nostra capacità di ascolto. Nel libro desidero parlare di queste musiche e del loro valore facendo ricorso alle mie esperienze, ai miei cantanti preferiti e ai miei amici che insieme alla musica hanno saputo fare la differenza. Mi faccio accompagnare da Renato Cartesio, un filosofo che già nel ‘600 comprese l’importanza della musica per “muovere i moti dell’anima”.

Un tuffo nella musica con l’assistente Filo-Sofia sarà un buon rimedio per vivere meglio e godere attimi di assoluta felicità, ve lo garantisco!

Lungo la strada mi accompagnano gli amici, alcuni di vecchia data, altri di recente acquisizione, ma tutti con la musica nel cuore; con la loro penna hanno messo nero su bianco un’emozione, un pensiero, una suggestione nata dall’ascolto. Il mio fine ultimo è mostrare come l’arte dei suoni possa entrare in quell’ottica di Filosofia per vivere meglio di cui sono sostenitrice e fautrice da tanti anni. La musica può farci nascere, ri-nascere e crescere ogni giorno in un movimento avanti e indietro, liberi e senza regole precostituite: sul nostro percorso possiamo piano piano giungere al “cielo”, nel punto sublime di noi stessi. La musica può diventare scoperta di sé, se le spalanchiamo le porte.

Alla fine, ognuno di voi potrà confrontarsi e confrontare i miei musicisti con i propri.

Maria Giovanna Farina

Da zero alle stelle, viaggio nella musica con Renato Zero, Alberto Fortis, Mariella Nava, Cristiana Pegoraro e la filosofia. ed. Kkien Publishing International, collana Pratica Filosofica

In e-book e cartaceo su Amazon, per l’acquisto https://www.amazon.it/zero-alle-stelle-Filosofia-pratica-ebook/dp/B01MSXGEM2/ref=pd_rhf_se_p_img_2?_encoding=UTF8&psc=1&refRID=Y7QX4DC98G6TB8WXEN3R

Il tifo è una malattia

immagine tratta dal web

Negli ultimi anni siamo testimoni di una recrudescenza inaccettabile di episodi di tifoseria violenta che si è spinta fino all’omicidio del proprio rivale di squadra. Inutile dire che il calcio come sport dovrebbe promuovere la socialità, la volontà di fare squadra per considerare l’avversario un soggetto che può perdere o vincere e non un nemico. Ma non è così. Il calcio, in modo particolare, ha canalizzato troppe frustrazioni, bisogni di sfogare la violenza, necessità di trovare un nemico da eliminare e non solo in senso metaforico. In questo contesto si inseriscono soggetti deviati e desiderosi di scontro totale. Proprio l’altro giorno, ascoltando la frase di una persona che commentava l’ennesimo contrasto tra antagonisti, – Il tifo malato conduce… -, ho iniziato a riflettere sul significato della parola tifo. Il tifo è una malattia molto grave che fortunatamente è stata debellata, una patologia in grado di colpire l’intestino lacerandolo e conducendo anche alla morte. Sottolineo che tra i vari sintomi c’è anche quello della coscienza annebbiata…

Di conseguenza tifo malato è una tautologia, una ripetizione ovvia, il tifo è in sé una malattia da qualsiasi punto lo si voglia osservare. Ci si può ammalare di calcio? Qual’è la cura? Domande che mi sono posta per immaginare un percorso di risanamento. Se vogliamo uscire da questa situazione, un piccolo ma importante passo avanti è prestare attenzione al senso delle parole. Non possiamo più usare il termine tifo per indicare l’interesse acceso per l’Inter, il Milan, il Napoli… ma con maggiore attenzione al linguaggio potremmo parlare di passione per una squadra. La passione è un sentimento costruttivo che conduce al bello che c’è in noi e nell’altro. La passione ci eleva perché è sorretta dall’amore sano e propositivo. La passione ci conduce a costruire e non a distruggere. Ricordando più spesso l’importanza del linguaggio per la civilizzazione ed eliminando l’aggressività insita nel termine, potremmo avviarci verso una possibile e auspicata “guarigione”.

 Maria Giovanna Farina ©Riproduzione riservata

Perché amo la filosofia

 E’ una soluzione alle difficoltà dell’esistenza

albero

Albero della vita, disegno a matita di Flavio Lappo, 2016

Mi sono più volte chiesta cosa mi abbia spinta nelle braccia di una disciplina così grande e ricca di argomenti, la risposta è stata: l’amore. Banalmente la parola filosofia significa amore per la sapienza che è conoscenza, ma i miei sentimenti non sono sorti dalla ricerca di un significato: l’amore è una forza eterna anche se le relazioni sono fugaci, è da questo bisogno di durata, di sicurezza, di risposte interiori che è venuta al mondo la mia passione.

Il primo dialogo di Platone, il più grande e famoso allievo di Socrate, che lessi a scuola fu il Simposio. Lì l’amore è celebrato attraverso il racconto delle sue molteplici raffigurazioni e applicazioni. Quando parliamo d’amore pensiamo subito al cuore rosso vibrante di ardore per un essere umano che ci ha catturati mentalmente e fisicamente, ma l’amore, ci insegna Platone per bocca di Socrate, è anche passione per la politica, la cultura, la vita sociale. L’amore, potremmo tradurre con il nostro linguaggio contemporaneo, è appassionarci e dedicarci completamente ad un’attività per svolgerla nel migliore dei modi possibili, dandoci completamente. Amore è anche un’Idea che appartiene all’Iperuranio, a quel mondo intellegibile che non possiamo vedere ma che rende certo, dandoci un modello eterno, ciò che per noi è solo apparenza. Le idee sono nella mente, fuori troviamo solo oggetti molteplici che rimandano all’ideale. Non dobbiamo spaventarci e credere che con questa concezione Socrate ci voglia allontanare dalla nostra quotidiana fruizione di Amore. Il maestro ateniese ci insegna a riconoscere il vero significato di Eros/Amore, la sua natura e la sua vita mondana sono ciò che possiamo incontrare quotidianamente. Noi comuni mortali sentiamo la necessità di esempi concreti ed ecco che da buon maestro e maieuta Socrate ci dice quello di cui abbiamo bisogno. Eros è un semidio, figlio di Povertà ed Espediente, nasce con le caratteristiche peculiari di entrambi i genitori. Come la madre è sempre povero e mancante, l’amore ha bisogno infatti di un costante nutrimento e non si accontenta mai di quello che possiede ma è sempre alla ri-cerca. Come il padre sa però risolvere con veloci espedienti le situazioni che gli si presentano, per natura sa affrontare e trovare soluzioni. La povertà gli ha insegnato a sopportare le avversità e a cercare ciò che gli manca, mentre la capacità di risolvere al volo le situazioni difficili lo rende immortale. E così Eros/Amore è un essere capace di ridarci la vita, la speranza, la forza anche quando tutto ci sembra perduto. Amore deve lottare in eterno con chi gli si oppone: Morte, che è odio e distruzione.

Amo la Filosofia perché mi ha regalato una formazione, un nutrimento, una possibilità di viver la vita con gli occhi aperti sul mondo, di pensare con le mie risorse per farmi un’idea personale di ogni fatto senza scordare che poi il dialogo saprà creare nuove idee e nuove possibilità. Platone è meglio del Prozac, scrive Lou Marinoff, e per questa ragione non può essere una forma di narcotico per sedare il dolore dell’anima, bensì essa sa far uscire il malessere per allontanarlo e darci così nuove possibilità di esistenza. Nuove occasioni all’insegna della ri-cerca continua di un senso, di una ragione, di un grande amore per la vita individuale e collettiva. Non dimentichiamo mai che la filosofia vuole essere sì amata, ma soprattutto elaborata per trasformarsi in pillole di saggezza.

Maria Giovanna Farina © Riproduzione riservata

L’utero in affitto è una pratica eticamente scorretta

Maternità surrogata: una pratica eticamente scorretta

utero aff

Il buonismo, che da sempre abbonda sulle bocche di certi politici, e il caso Niki Vendola hanno acceso il dibattito, ma urlare non serve a nulla perché si crea solo caos e incomprensione. Cerchiamo di riportare il discorso ai toni adeguati di una conversazione dialogante e smettiamola di “giocare” a chi urla di più il proprio pensiero a volte, tra l’altro, non supportato da competenze adeguate. L’utero in affitto è una pratica eticamente scorretta e ciò credo sia valido al di là del credo politico e religioso di ognuno di noi. Affittiamo la donna come contenitore usa e getta e priviamo il neonato del contatto con la mamma quando ne ha più bisogno. Questo uso del corpo della donna non si può paragonare alla prostituzione perché se pur basata sullo sfruttamento non coinvolge un essere innocente. Anni e anni di pedagogia e psicologia ci insegnano l’importanza della figura materna che a volte, è vero, può essere una persona negativa, pensiamo a Melania Klein e alla sua teoria della mamma buona e cattiva: la mamma non è sempre disponibile e il neonato si crea un senso di realtà comprendendo che c’è il buono e il cattivo, questo è ciò che serve alla crescita. Ma deprivare a priori un essere vivente della mamma è un gesto che non possiamo permettere. Per queste parole potrei da taluni essere tacciata di omofobia, ma non tiriamola in ballo a sproposito perché omofobia significa letteralmente paura persistente e patologica per tutto ciò che è omo: oggi se solo si apre bocca senza elogiare la causa omosessuale si viene etichettati a vita come omofobici. Non lo accetto come non accetto di dovermi difendere dalle etichette stesse.

Maria Giovanna Farina – filosofa, consulente filosofico e scrittrice

esperta di relazioni umane e autrice della tesi di laurea “Il ruolo della madre nell’omosessualità maschile”

Scuola di salvataggio

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img tratta dal web

La ragazzina dodicenne che oggi 18 gennaio si è gettata dal balcone a Pordenone, per fortuna senza gravissime conseguenze, è l’ennesima testimonianza della fragilità dei nostri ragazzi. Ha lasciato due lettere una ai genitori e una ai compagni dicendo “Adesso sarete contenti?” Le frustrazioni, le persecuzioni, il cosiddetto bullismo, sono fenomeni sempre esistiti, oggi forse sono più sentiti. Ma ci mostrano come troppi giovani e giovanissimi non siano più in grado di difendersi. Perché? Non credo sia solo la deriva violenta della società, ma che dipenda molto dalla mancanza di autosufficienza: si impara troppo poco a cavarsela, si vive in un ambiente troppo protettivo anche se spesso povero di relazioni vere. Così non si fa “scuola di salvataggio”. Un tempo il cortile e il marciapiede erano luoghi dove si imparava l’arte di vivere, dove incontravi lo stronzetto/a di turno che ti metteva in crisi: deridendoti, facendoti lo sgambetto fino a esasperarti. Ma poi dovevi reagire in qualche modo e tutto questa palestra di vita non ti lasciava il tempo di pensare a suicidarti. Il suggerimento è: lasciamo che i bambini imparino fin da piccoli a mettere in fuga l’aggressore. Come? Buttiamolo nella mischia controllandolo a distanza, poi dialoghiamo con lui spegnendo per qualche ora tutti i media. Poi eventualmente ci si può far aiutare da un esperto.

Maria Giovanna Farina   © Riproduzione riservata