Libertà: diritto e dovere

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Voglio essere libero, voglio essere libera. Quante volte abbiamo detto e o udito questa frase? Innumerevoli. La libertà è un bene che sentiamo venir meno, se non fosse così non avremmo motivo di dichiarare questo bisogno. Nasciamo liberi senza costrizioni dopo essere stati nel grembo materno che è un’incubazione di formazione, un luogo dove senza nessuno che ci crea ostacoli ci possiamo preparare per venire al mondo. Ed è proprio nel mondo che ha inizio la nostra lotta quotidiana per difendere la libertà, soprattutto di essere quello che vogliamo essere. Sì, perché altre forme di libertà sono del tutto opinabili, nella nostra organizzazione sociale ci siamo trasformati in numeri: partita iva, cartella esattoriale, documento di identità, codice fiscale, scheda elettorale, previdenza sociale… fino al numero della tomba al cimitero. La mancanza di libertà non deve trasformarsi però in sopraffazione per condurci a trattare l’altro senza alcun rispetto per la sua libertà. Se riflettessimo su questo aspetto della nostra esistenza non ci accaniremmo più contro chi è diverso dalla maggioranza perché basterebbe rifletterci solo pochi minuti per capire che se non possiamo essere quello che siamo, in qualsiasi modo siamo, non ci resta più alcun margine di movimento autonomo tra gli spazi sempre più angusti di questa esistenza. In conclusione smettiamo di giudicarci e iniziamo a rispettarci. Il rispetto per l’altro, per come è e per come vuole essere, si trasformerà in libertà per entrambi; ricordiamo che giudicare ci rende schiavi perché additare chi non è come noi è una forma di pre-giudizio. Penso che una frase gergale come “Fatti i fatti tuoi” sia quantomai azzeccata, aggiungerei di farci gli affari degli atri quando loro ce lo chiedono oppure quando hanno bisogno di aiuto, soccorso per fame, per malattia, per disagio sociale, perché li abbiamo investi con l’auto: già, ma li non ce li facciamo abbastanza.

Maria Giovanna Farina

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Amare gli animali: smantelliamo i pregiudizi

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Lo sguardo ci parla

Gli animali domestici fanno parte della nostra vita quotidiana, amarli è naturale. Ciò non comporta necessariamente sminuire i rapporti umani. Frasi come “Ama più i cani che le persone” sono frutto di uno stereotipo che vede gli animali inferiori, non degni di diritti ma oggetti da bistrattare. Non sto a specificare da dove nasca questo disdicevole luogo comune, mi interessa di più soffermare la mia riflessione sull’infondatezza di un simile giudizio. Amare è una dotazione presente negli esseri umani, a volte questo nobile sentimento viene soffocato dall’odio e da tutte le sue peggiori derivazioni, mentre l’insensibilità prende il sopravvento. Se un cane o un gatto dovessero diventare la possibilità di lasciar uscire il meglio di noi perché rinunciare?

Un’altra frase ricorrente: “Con i bambini che muoiono di fame, spende un sacco di soldi per il cibo del suo gatto”. È vero a volte alcune persone perdono di vista la realtà e non si rendono conto che un animale non ha l’esigenza di mangiare il salmone al vapore, allo stesso tempo possiamo renderci conto che le sorti dei bambini poveri non cambiano se la signora della porta accanto nutre il suo animale con prelibatezze. Cambierebbe qualcosa se la stessa signora aiutasse un meno abbiente, ma forse lo fa già e noi non lo sappiamo.

Tutto questo per dire che non si più puntare il dito sui rapporti tra animali da compagnia e esseri umani basandosi su antichi e stanchi pregiudizi. Amare un animale non toglie nulla all’amore per i nostri simili, anzi ci aiuta a comprendere che siamo tutti figli di questa Terra che tanto avrebbe bisogno di amore, rispetto, solidarietà.

Maria Giovanna Farina

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Classi sociali canine: lo sapevate che esistono le “caste”?

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Milly

Come ogni mattina sono uscita con la cagnolina e in fondo alla via ho notato un gruppo di donne con i loro rispettivi cani, tutti di piccola taglia. Mentre mi avvicino, un barboncino, protendendosi con foga, obbliga la padrona ad uscire dal gruppetto per avvicinarsi alla mia quadrupede. La signora è molto titubante, ma poi vince l’esitazione e dopo qualche secondo, appena il tempo che i due pelosi si siano dati un’annusatina, esclama: “Dai amore, adesso torna dai tuoi amichetti se no ci rimangono male”. Io sorrido e passo oltre. Le signore avevano formato un gruppo chiuso in cui nessuno poteva entrare e, dandosi un atteggiamento di superiore importanza, non potevano permettere che una cagnolina qualunque rompesse il loro equilibrio. Poi, una come me che esce di casa in jeans e scarpe da ginnastica per essere libera di far divertire il cane, come può entrare in un circolo chiuso di signore eleganti, mamme chic di cagnolini con la puzzetta sotto il naso? La puzzetta è delle mamme e i poveri pelosetti ne colgono il maleodorante odore, loro malgrado.

Mi sono concessa una risata e poi ho pensato: non facciamo in tempo a predicare l’uguaglianza tra gli umani che già pensano di costruire le “scale sociali” canine.

Maria Giovanna Farina

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Ho messo le ali: prima mossa

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Prima mossa: abbraccia l’ottimismo

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immagini tratte dal web

Se vuoi mettere le ali, questo è il primo e fondamentale passaggio

Tutto è già dentro di noi, diceva Socrate, lo aveva capito senza studi scientifici ma basandosi su intuito, esperienza e casistica. Non nasciamo certo con le conoscenze innate ma con la capacità di apprendere. Questo vale anche per una disposizione fondamentale come l’ottimismo. In medicina esistono i “falsi” medicinali, i cosiddetti placebo, che svolgono la funzione, ad esempio, di farci passare il mal di testa per il solo fatto che siamo convinti di aver preso un antidolorifico, invece abbiamo ingoiato inconsapevolmente un preparato senza principio attivo. Anche le parole, con la loro azione terapeutica, sono un placebo ma riescono ad esserlo anche in negativo diventando un nocebo (il contrario di placebo). Se riesco a convincerti che il numero 17 porta sfortuna, sarà più facile che quel giorno ti capiti qualcosa di brutto perché sei nella propensione negativa in cui ti ho spinto. C’è una predisposizione innata al pessimismo? Forse, ma siamo noi a permettere che essa agisca. Essere ottimisti, pertanto, dipende anche da noi.

Maria Giovanna Farina © Riproduzione riservata

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Il bambino viene prima di tutto

Una riflessione sul caso Martina Levato

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Immagine presa dalla rete

La madre dona la vita dando alla luce un figlio. Madre e figlio si donano reciprocamente, ognuno dei due vive e gioisce grazie all’altro. Il caso di Martina Levato ha sollevato polemiche e indignazione ma anche la possibilità di importanti riflessioni. Prima di tutto ritengo sia utile conoscere non solo i fatti ma anche le persone prima di giungere a conclusioni teoriche o emotive. Ciò che sappiamo con certezza è che la donna ha sfigurato con l’acido il suo ex fidanzato spingendo l’attuale compagno a farsi suo complice; inoltre ha portato a termine altre aggressioni delle quali dovrà rispondere alla giustizia. Conosciamo la Levato solo dai fatti che ci raccontano, per questo credo si debba solo dire qualcosa di generico.

Ciò che ha colpito tutti è stata l’azione di allontanare immediatamente il bambino dalla madre, impedire alla mamma di vedere il proprio figlio appena partorito ci è apparso un gesto duro e mortale opposto alla nascita che è gioia e vita che sorge. Non possiamo però scordare i gesti terribili commessi da questa madre, una donna particolare, angosciante e terrificante, per le imprese commesse. Però non è un’infanticida.

Tenere tra le braccia il bimbo appena nato è in sé un atto terapeutico: lo è per la madre che riconosce finalmente ciò che ha portato dentro il proprio corpo, lo è soprattutto per il piccolo che grazie a sua madre incontra per la prima volta il mondo. Solo lei può accompagnarlo verso questa prima e fondamentale scoperta, lei che lo ha custodito e fatto crescere. La legge fa il proprio corso, è l’applicazione di una norma ed è giusto sia così, ma chi la adotta non può dimenticare che la prima esperienza di un bambino nel mondo se negata non gliela restituirà più nessuno. Il bambino viene prima di tutto, recitano i manuali di pedagogia, al di là di chi sia sua madre aggiungo io, ma purtroppo non sempre è così. Poi, con la competenza che il caso richiede, si dovrà accertare se la madre è in grado di occuparsene, altrimenti sarà meglio affidarlo a chi lo potrà crescere nel modo migliore.

 Maria Giovanna Farina © Riproduzione riservata

Anche i filosofi si incazzano!

Filosofia, come aiuto ad applicarla alla vita quotidiana: sai prenderla con filosofia?

INCAZZANO

Prenderla con filosofia non significa farsi sottomettere né sopraffare dagli eventi della nostra vita, tutt’altro!  Chi prende la vita con filosofia è una persona che si interroga, ragiona, cerca soluzioni adatte ad un miglior vivere: certamente, per arrivarci, deve fare un po’ di fatica, filosofia non è sinonimo di farmaco tranquillante ma di lotta per ottenere prima di tutto il rispetto. Chi ci snobba, chi sottovaluta il nostro pensiero, chi ci tratta come merce di scarto, chi calpesta il nostro diritto, chi bistratta il nostro operato è una persona che va messa sull’attenti! Facciamo il solito esempio concreto. Si rompe un tubo dell’acqua del riscaldamento e il nostro appartamento subisce danni ai mobili, alle porte, al pavimento. Subito mettiamo in atto la procedura che porta l’amministratore del condominio ad inviarci il perito dell’assicurazione… capita che la pratica si perda nei meandri della burocrazia e allora noi, persone educate e civili, sollecitiamo una, due, tre, quattro, cinque… volte! Con mille giustificazioni si stanno prendendo gioco di noi: prenderla con filosofia non significa sorridere ed aspettare, ma fare una scenata. Sì, proprio così! Dire la nostra senza ritegno, buttar fuori tutta la rabbia del torto subito ci permette di ottenere due risultati:

1- L’altro capisce che non siamo disposti a subire ad oltranza;

2- Ci sfoghiamo impedendo al nostro corpo di accumulare sostanze tossiche.

Il desiderio di essere madre

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Una mia riflessione nata da un incontro…

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Il desiderio di essere madre è congenito, ogni donna anche chi rifiuta la maternità credo l’abbia sperimentato almeno nella solitudine delle sue più private percezioni. Un desiderio a volte sfuggevole può affiorare di colpo alla coscienza e mettere in discussione un’intera vita. La risposta più logica ci conduce alla biologia: le donne portano avanti la specie e questo non può non influire sui loro desideri inconsci. Esiste ormai, ne siamo tutti consapevoli, un nesso imprescindibile tra corpo e mente, il corpo influenza la mente e viceversa: nulla di strano, fanno parte dell’unica persona che siamo. Al di là di ciò voglio parlare del desiderio di essere madre, un desiderare vivo nel cuore di ogni donna o solo addormentato laggiù in fondo nella parte più nascosta. Come dicevo, a volte affiora nei momenti e nei luoghi più improbabili. Vi racconto un’esperienza autobiografica di ascolto e di dialogo. Come ogni giorno porto a spasso la mia cagnolina e come ogni giorno incontro all’angolo di casa mia una prostituta giovane, gentile e raffinata. La signora mi saluta ed io rispondo, tutto qui. Se non che qualche giorno prima della fine dell’anno dopo aver risposto ai suoi saluti le dico un buon anno di routine, il periodo ce lo fa ripetere a destra e a manca. Mi scappa? Non lo so, forse volevo dirglielo. La novità introdotta, non avevo mia chiacchierato con lei, la spinge a farmi un raffica di domande a partire dall’età del mio cane per giungere a dirmi che mi piacciono i cani con tanto pelo…quindi a mia insaputa mi conosce da molto altrimenti non avrebbe potuto individuare tutti questi particolari. Alla fine mi chiede se ho figli e alla mia risposta – sono troppo vecchia – risponde con una domanda – fin quando si può partorire senza rischi? – Allora le spiego che fino a 35 anni le cose vanno quasi sempre lisce, che il rischio è minimo poi…ecc. lei prosegue a raccontarmi del suo grande desiderio di essere madre e che ha 38 anni. Cosa potevo risponderle? Le ho detto che le auguravo di diventare mamma nel 2014, quindi di sbrigarsi a trovare un uomo adatto e darsi completamente alla passione che ha nel cuore. Mi racconta che non si è mai innamorata e per fare un figlio ci vuole l’amore: come darle torto? L’amore dovrebbe essere alla base di ogni scelta di maternità, poi ci vuole impegno, senso di responsabilità e tanta pazienza. Ciò che mi ha colpito è il suo confidarmi un intimo moto del cuore, questa donna nonostante un lavoro così lontano dal sentimento ha soffocato un bisogno, un sogno, credendolo irrealizzabile. Spero con il mio ascolto di averla rinfrancata: ora la terrò d’occhio e cercherò di ricordarle la promessa. Una donna che desidera essere madre è una donna da salvare. Proprio in quei giorni stavo leggendo la versione integrale de La signora delle camelie di Alexander Dumas, la storia d’amore tra una mantenuta e un giovane di buona famiglia. Una storia triste ma interessante per comprendere quanto l’amore sappia condurre nei luoghi più inimmaginabili. Quella storia è poi diventata la famosa opera La Traviata di Giuseppe Verdi. La lettura, credo, mi abbia reso più sensibile nei confronti della prostituta che incontro ogni giorno, mi ha fatto riflettere sul fatto che la sua anima è ancora pura e da questa purezza potrebbe “nascere” la madre che si nasconde in lei.

Maria Giovanna Farina www.mariagiovannafarina.it
gennaio 2014 © Riproduzione vietata

 

Socrate e Santippe…tanti anni dopo

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Maria Giovanna Farina e Max Bonfanti in una loro rielaborazione del rapporto paritario nella coppia che visse nel V sec. a. C. Si tratta di Socrate e sua moglie Santippe. Pare fossero davvero un uomo ed una donna in grado di dialogare sulla quotidianità…è il nostro auspicio per il 2015: perché tra donne e uomini si possa instaurare un rapporto sempre più improntato sulla civile convivenza nel confronto continuo. Perché il dialogo costruttivo prevalga sull’uso della violenza fisica e verbale. Perché la cultura possa trasformare certe mentalità e donare a tutti una vita più gratificante, una vita libera nel rispetto reciproco.

8 marzo Festa della donna, l’unico giorno in cui non fare festa

8 marzoSì, avete capito bene, sarebbe ora di festeggiare ogni giorno con un piccolo gesto piuttosto che sventolare mimose solo in quella giornata.
Può sembrare una provocazione ma è solo l’amara considerazione di chi si sente presa in giro dal rito dei pallini gialli che oltretutto costano troppo e seccano in fretta.

Non voglio però dimenticare il significato simbolico: si narra che la ricorrenza sia in ricordo delle donne che sono morte l’8 marzo del 1908 a New York perché erano chiuse a chiave in una fabbrica dove erano in stato di sciopero. Quelle donne hanno trovato una morte atroce tra le fiamme perché nessuno ha aperto la maledetta porta. Mi fa piangere immaginare una scena così atroce e mi crea grande dolore misto a rabbia festeggiare l’8 marzo, anche se so che quella potrebbe non essere una vicenda vera.

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Questo regalo non me lo aspettavo

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Capita di ricevere regali inaspettati (nel periodo natalizio è più facile) e di trovarsi nella situazione di non poterli ricambiare. Cosa fare in casi come questi? A volte si ricorre al riciclo di qualche oggetto con l’inconveniente di fare brutta figura; spesso ciò che ricicliamo è qualcosa che ci è poco gradito e se non è di nostro gusto è possibile che non lo sia anche per l’altro; in questo caso è meglio abbandonare il proposito per non correre il rischio che il nostro comportamento possa essere percepito anche al di là dell’evidenza.

In ogni caso, il riciclo è qualcosa da attuare con molta attenzione: dobbiamo essere sicuri di andare incontro ai gusti di chi lo riceve. Una bottiglia di buon vino è un ottimo regalo, ma perde ogni valore se chi lo riceve è astemio. Quindi, se il regalo ci giunge inaspettato, non entriamo in allarme esternando il disappunto per non averci pensato prima, ma godiamoci quel momento e con uno slancio di altruismo pensiamo che l’altro ci sta facendo un dono, sta donandoci qualcosa di sé. Ricordiamoci che quando doniamo, qualcosa di noi si fa dono, il vero regalo è qualcosa che ci rappresenta trasmettendo emozioni e sentimenti.

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