Filosofia per vivere meglio: l’uso delle parolacce

Filosofia, come aiuto ad applicarla alla vita quotidiana: le parolacce, da usare con cautela

Le cosiddette parolacce sono ormai da tempo nel nostro comune modo di esprimerci, c’è chi le condanna senza appello e chi ne fa un uso smodato: come sempre in medio stat virtus, la virtù sta nel mezzo. Quando le parole gergali più o meno sconce, lasciando fuori dal discorso le bestemmie che vanno a toccare la sensibilità religiosa delle persone o le imprecazioni contro la madre, entrano troppo nel lessico quotidiano, impoveriscono il linguaggio. In frasi tipo: “Cosa vuoi? Che cos’è questo oggetto? A cosa stai pensando?” il termine “cosa” viene spesso sostituito con una parolaccia che non devo star qui a ripetere. Già il termine generico cosa andrebbe sostituito quando possibile, ma se al suo posto mettiamo la solita parolaccia ecco che ci riduciamo a parlare come dei semianalfabeti; pensiamo a cosa accade ai bambini se non crescono con la possibilità di abituarsi ad un esprimersi ricco di vocaboli. Non imparano la lingua in modo appropriato e crescono con gravi lacune in Italiano.Per genitori ed insegnanti diventa difficile il compito educativo perché i media a volte ingigantiscono il fenomeno e mostrano come modelli ad esempio comici che della parolaccia fanno il loro cavallo di battaglia. Certo i gusti son gusti, ma far ridere è un’arte che si avvale anche di battute semplici per dire grandi verità con ironia usando anche il linguaggio del corpo. Se pensiamo a Charlie Chaplin e al suo celeberrimo Charlot non c’è da aggiungere altro. La parolaccia non va però eccessivamente demonizzata, a volte può servire in un racconto, per liberarsi da un momento di rabbia, per dire a qualcuno che ci ha scocciato fin troppo: naturalmente le parole specifiche esistono per esprimersi elegantemente, ma quando siamo arrabbiati è difficile essere eleganti. Possiamo concludere con una efficace istruzione per l’uso: facciamo un impiego vario della nostra bella lingua e ogni tanto concediamoci qualche deroga, ma che resti tra noi! Tanto non ci sente nessuno…

2 pensieri su “Filosofia per vivere meglio: l’uso delle parolacce

  1. “semianalfabeti”. Chi usa le parolacce andrebbe avvertito che è esattamente un semianalfabeta per definizione. Anche se lo sa benissimo. E cosa dire delle parolacce sparate a gran voce in TV per renderle ancora più comprensibili, anche ai minori. Vogliamo fare un esempio che immagino non sia mai sfuggito a nessuno? Ascoltate l’illustre critico d’arte (così si autodefinisce) Vittorio Sgarbi in qualsiasi sua partecipazione a trasmissioni televisive. Di due parole che pronuncia una è quasi sempre una parolaccia diretta verso qualcuno che non sia lui stesso. Ma non è l’unico. E Grillo non vi dice niente o è ancora peggio? Pensate anche a Crozza e la Litizzetto. Uno da comico deve farci capire il suo pensiero e snocciola sempre le stesse parolacce. L’altra, la Litizzetto, da donna si presenta al pubblico con il desiderio di esplicitare i suoi pensieri nel modo più comprensibile, altrimenti nessuno la capirebbe, ripetendo anche lei le sue solite “paroline” che anche al pubblico della TV danno soltanto fastidio, proprio perchè uscite dalla bocca di una “signora” che per farsi applaudire direbbe anche di peggio. Sostituire parole normali con le parolacce vuol dire che chi lo fa è un “semianalfabeta” anche se ha incorniciato più di un diploma di laurea… Se poi si vuole perdonare chi dice le parolacce perchè è arrabbiato, mi permetto di segnalare che per ciò che la vita mi ha riservato, dovrei pronunciare parolacce dalla mattina alla sera. E poi? Questo è il mio pensiero anche se non condiviso.
    A. G.

  2. Bello, mi è piaciuto quanto hai scritto.
    La Zanzara, un trasmissione radiofonica molto nota, ha perso la mia attenzione proprio per le parolacce. Le parolacce hanno preso il sopravvento. Le parolacce hanno inquinato i contenuti, o forse l’ascoltatore ormai si sintonizza per sentirle. Provocare, essere una trasmissione radiofonica “trasversale”, voler dire le cose pane al pane ……è molto più complicato ed intelligente che usare le parolacce. Ci vuole impegno, riflessione ed applicazione.
    Un vaff…………. liberatorio saltuariamente ci vuole. La via di mezzo appunto, altrimenti si rischia l’autocontrollo oltre che l’essere bigotti.
    Concordo anche quando accenni alla ricchezza o scarsezza del lessico dei nostri giovani. Magari con più lettura, teatro e meno tv. Ma qui parte dal buon esempio, quindi i genitori (io sono uno di quelli). Eh si dobbiamo comportarci di conseguenza. Il buon esempio ha più possibilità di insegnamento che la punizione, il castigo; metodi a dir poco pedagogici. Ci vuole il no, quello si, però giustificato e sostenuto dal nostro agire coerente.
    Grazie Maria Giovanna. Ancora una volta mi porti a riflettere sulla quotidianetà che spesso si tende a dare per scontata e quindi non meritevole d’attenzione.
    Giuliano

I commenti sono chiusi.