Il tifo è una malattia

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Negli ultimi anni siamo testimoni di una recrudescenza inaccettabile di episodi di tifoseria violenta che si è spinta fino all’omicidio del proprio rivale di squadra. Inutile dire che il calcio come sport dovrebbe promuovere la socialità, la volontà di fare squadra per considerare l’avversario un soggetto che può perdere o vincere e non un nemico. Ma non è così. Il calcio, in modo particolare, ha canalizzato troppe frustrazioni, bisogni di sfogare la violenza, necessità di trovare un nemico da eliminare e non solo in senso metaforico. In questo contesto si inseriscono soggetti deviati e desiderosi di scontro totale. Proprio l’altro giorno, ascoltando la frase di una persona che commentava l’ennesimo contrasto tra antagonisti, – Il tifo malato conduce… -, ho iniziato a riflettere sul significato della parola tifo. Il tifo è una malattia molto grave che fortunatamente è stata debellata, una patologia in grado di colpire l’intestino lacerandolo e conducendo anche alla morte. Sottolineo che tra i vari sintomi c’è anche quello della coscienza annebbiata…

Di conseguenza tifo malato è una tautologia, una ripetizione ovvia, il tifo è in sé una malattia da qualsiasi punto lo si voglia osservare. Ci si può ammalare di calcio? Qual’è la cura? Domande che mi sono posta per immaginare un percorso di risanamento. Se vogliamo uscire da questa situazione, un piccolo ma importante passo avanti è prestare attenzione al senso delle parole. Non possiamo più usare il termine tifo per indicare l’interesse acceso per l’Inter, il Milan, il Napoli… ma con maggiore attenzione al linguaggio potremmo parlare di passione per una squadra. La passione è un sentimento costruttivo che conduce al bello che c’è in noi e nell’altro. La passione ci eleva perché è sorretta dall’amore sano e propositivo. La passione ci conduce a costruire e non a distruggere. Ricordando più spesso l’importanza del linguaggio per la civilizzazione ed eliminando l’aggressività insita nel termine, potremmo avviarci verso una possibile e auspicata “guarigione”.

 Maria Giovanna Farina ©Riproduzione riservata