Il viaggio di Candelaria alla ri-cerca della sua arte

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Candelaria Romero, artista di origine argentina, è cresciuta e si è formata in Svezia dove la famiglia, in fuga dalla dittatura, ha ottenuto asilo politico. Ha girato altri paesi esteri e dal 1992 risiede e lavora a Bergamo, lì svolge attività teatrale e di scrittura operando nell’ambito della cosiddetta “letteratura della migrazione”.

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Nel profondo del sé ti senti Argentina o cittadina del mondo?

Il lavoro interiore che ho fatto in tutti questi anni è stato quello di cercare di unire tutte le parti più belle, più positive, che mi hanno dato le culture dove ho vissuto. Così quando ci sono delle difficoltà io attingo spesso alla parte di quella cultura che in quel momento mi dà quella forza, quel modo di fare utile per andare avanti. Anche per vedere le cose in modo diverso, le diverse sfaccettature di una situazione: così nasce lo sguardo includente. Quello che ho fatto fin dall’adolescenza è di accettare tutte queste parti in modo uguale.

22 anni di lavoro, un linguaggio espressivo tra corpo, parola e metafora. Queste tre parole racchiudono la testimonianza di noi esseri umani nel mondo. Quando ti sei resa conto di questa tua capacità?

 Per me è una continua scoperta! Prima il teatro lo vivevo come teatro punto e basta e non vedevo la poesia messa in scena, ma come lettura e narrazione. Solo negli ultimi anni, ora che ho 40 anni, ho trovato il mio linguaggio tra teatro e poesia, l’ho capito davvero da poco che il mio linguaggio teatrale è contaminato dalla metafora del linguaggio poetico. Ho dovuto guardarmi da fuori.

La Compagnia delle poete spesso partecipa a seminari e convegni accademici e letterari, in Italia e all’estero, intorno alla poesia della migrazione italofona declinata al femminile. Come vivi questa esperienza? E cosa fai concretamente?

È un’esperienza nata in modo molto casuale, giro l’Italia con questo gruppo di poeti scrittori di diverse origini, così ho conosciuto Mia Lecomte italo-francese e studiosa della letteratura della migrazione. Con Mia è nata un’amicizia, insieme abbiamo fatto delle letture e ci siamo divertite molto, perché tutto nasce anche da un piacere. Così ci è venuta l’idea di unire altre persone…lei come studiosa ha iniziato a scrivere a questi autori e alla fine è nata la compagnia, hanno risposto soprattutto donne, e andiamo in scena con un copione fatto con le poesie. Io sono l’unica attrice del gruppo e così aiuto gli altri.

Lo spettacolo Temene – storia di una guardiana è nato per parlare della violenza di genere. Come si svolge questa rappresentazione teatrale?

 Questo spettacolo è stato scritto dopo un’esperienza durata molti anni sulla violenza di genere, l’ho portato in giro con i centri antiviolenza e Amnesty International; dopo tanti anni da questo spettacolo è nata l’esigenza di parlare del corpo della donna e di qualcosa di più interiore. Lo spettacolo è scritto da me e in scena sono con mio marito che suona la fisarmonica. È uno spettacolo che parla della donna ma anche della relazione tra uomo e donna.

 Che rapporto hai con le tracce che lasci nel mondo?

 Le mie tracce le sto ancora esplorando. Sento molto sono quelle che mi hanno segnato gli altri, i miei genitori soprattutto. Entrambi poeti, mia mamma c’è ancora e compone ancora, ciò ha lasciato in me un’impronta profonda. E poi c’è il fatto di essere figlia d’arte, questo rende più difficile capire la tua arte.

Devi prendere ancora le distanze

Sì, ci sto riuscendo a quarant’anni.

Con molto piacere ho intervistato Candelaria Romero e dico grazie a Lucia, titolare della libreria Gulliver di Cinisello Balsamo (Mi) per la segnalazione.

Maria Giovanna Farina www.mariagiovannafarina.it

gennaio 2014 © Riproduzione vietata

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