Triora Festival della letteratura II edizione

_GIU1994Il galà serale condotto da Maria Giovanna Farina, filosofa e scrittrice, ha visto una giornata all’insegna della letteratura con l’antico borgo riempirsi di autori e di lettori. A fine giornata il galà dedicato a Fabrizio De André ha messo in scena parole e musica con la partecipazione di Bruno Morchio, Gipo Anfosso con Daniela Bonanni, Alberto Pezzini, Giovanni Nickiforos, Il Fitti per divertirci e Eugenio Ripepi per le letture. E la straordinaria esecuzioni di Brani di De André ad opera dei Franziskani. Fotografo ufficiale Giuseppe Turati
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_GIU1852SindacoPubblico e Franziskani_GIU1945_GIU1985

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E le foto di Giuseppe Turati esposte al Festival

Acta Plantarum Alessandra Giulia LaBassi Alessandra Guglielmetti
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Triora Festival 2016

Sono previsti ospiti, letteratura e musica dal vivo per un tributo a Fabrizio De Andrè, noto in tutto il mondo

Si svolgerà il 14 agosto alle 21.15 il ‘Galà serale’ a Triora, in Valle Argentina, con la 2a edizione del Triora Festival. Maria Giovanna Farina, filosofa, consulente filosofico e scrittrice nell’ambito della manifestazione condurrà la serata dedicata a Fabrizio De André. Sono previsti ospiti, letteratura e musica dal vivo per un tributo ad un grande musicista ligure noto in tutto il mondo. La serata si aprirà con un intervista all’autrice, condotta da Alberto Pezzini, avvocato e giornalista, sul nuovo libro di Farina ‘Dialoghi con un ottimista, in salotto con Francesco Alberoni’ (ed. Leima).

Il Festival è ideato e organizzato da Angelo Giudici di Edizioni Atene.

Giuseppe Turati: fotografo ufficiale della manifestazione

Per il programma completo http://triorafestival.it/

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“Le dee del miele”: una storia di donne inconsapevolmente eredi delle antiche Dee

C’era un tempo in cui Dio era Donna.

Anni che si declinano in epoche durante le quali Dee bellissime, misteriose ed enigmatiche erano tramite fra terra, mare e cielo.

Dee della Luna e del Sole.

Signore della saggezza, della profezia e della fertilità.

Amazzoni che cullavano in tempo di pace, Sibille intente a raccontare una fiaba, Regine dei nembi che dispensavano consigli.

Janas che tessevano sui telai della Storia, Parche che annodavano e non solo tagliavano, affinché il futuro fosse uno scialle da ricamare.

Sacerdotesse che, in templi investiti dal Sole o in anfratti celati dalle tenebre, erano riconosciute figlie mortali di esseri divini e, al contempo, ventri, quando l’Eterno sedeva alle loro mense e giaceva nei loro letti, rendendole madri benedette.

Vergini e Madri, sacre per il solo fatto di essere femmine, tramite fra il finito e l’infinito, fral’ieri e l’oggi, fra la vita e la morte.

Ci fu, poi, un’epoca in cui le donne erano Streghe.

Iniziò in modo subdolo, come un abbraccio che si traduce in un graffio, e si allargò come macchia purpurea, per poi palesarsi come olio di sangue che rianimava il fuoco delle pire o grondava, copioso, dalle mani dei giudici e degli assassini.

Le Streghe, infatti, erano le donne che turbavano i sogni degli uomini i quali temevano il proprio peccato, che lo sentivano, la notte, contorcersi diabolico nei propri corpi che mai daranno vita, ma possono avere il potere sulla morte.

Ho voluto raccontare la storia della mia famiglia, di quattro donne inconsapevolmente dee, che nutrivano di se stesse e di miele, ossia del cibo per eccellenza citato dai libri sacri, destinato ai popoli eletti, poiché capace, in ogni stagione dell’anno e del Tempo, di stemperare l’odio nell’amore e la tristezza nella serenità, donando il dolce senza annullare il retrogusto amaro dell’esperienza”.

Cit. da “Le dee del miele” Fenu

Le dee del miele”, edito con Milena Edizioni nel 2016, è una saga familiare, ispirata alla realtà, che si snoda nel corso di tutto il Novecento, in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove vivi, spiriti, fate e demoni convivono sotto la luce femminea della Luna e dove spetta al mondo muliebre vegliare sulla vita e sulla morte.

Vi fu un tempo e un luogo in cui essere donne non era condanna all’inferiorità e alla reclusione e gli uomini non rapivano prede di guerra e sul loro corpo stabilivano alleanze; vi fu un tempo e un luogo in cui essere donne conferiva un sacro potere. E di quel non-tempo e di quel non-luogo mitico, noi, figlie della progenitrice, siamo eredi.

Quattro sono le donne protagoniste del romanzo: Caterina e Lisetta, fanciulle che diverranno consuocere; Marianna, figlia adottiva di Lisetta; Eva, figlia di Marianna.

Creature diverse fra loro, per ceto sociale e vissuto, ma legate dai fili del destino fino a divenire parte l’una dell’altra, tramite un cordone ombelicale di sangue, luna, farina, miele, mistero, esoterismo e agnizioni.

Eva, l’ultima nata, intenta a riannodare il filo rosso di mestruazioni, parti e aborti delle sue antenate fino a scoprire il vero segreto del “dono” di famiglia, ossia “quello di andare oltre le cose e nelle cose, per vedere ciò che si ha bisogno o volontà di vedere, per colmare il vuoto delle assenze, per essere capaci di creare e muoversi verso l’infinito”.

Una storia, dunque, di Donne, nelle quali ogni aspetto della femminilità trova corrispondenza.

Donne Madri, nell’accezione più completa e totale del termine, forti come Dee, capaci di rinascere dopo infinite eclissi.

Donne Mamme, lune piene, dolci come miele.

Dee del miele.

Emma Fenu, “Le dee del miele”, Milena Edizioni 2016.


sito web: http://emmafenu.wix.com/ledeedelmiele

Chi è Emma Fenu

Emma Fenu, nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vive, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Ogni cinque anni, per esigenze lavorative, cambia nazione o continente.

Laureata in Lettere e Filosofia, ha, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.

Scrive per lavoro e per passione.Si occupa da anni di Storia delle Donne, di Letteratura e di Iconografia; recensisce libri e intervista scrittori per vari siti web; presiede un blog, “Cultura al femminile”, tiene corsi di scrittura creativa e insegna lingua Italiana agli stranieri.

Ha precedentemente pubblicato il saggio “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena” e il romanzo – inchiesta “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”. “Le dee del miele” è il suo ultimo libro.

emmafenu.wix.com/ilcastellodei-libri

emmafenu.wix.com/vitedimadri

Dialoghi con un ottimista, in salotto con Francesco Alberoni

Con Monica Stefinlongo e Francesco Alberoni a Radio Lombardia

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23 giugno 2016 ore 18 la Feltrinelli di via Manzoni a Milano Maria Giovanna Farina presenta il suo nuovo libro

copertina (2)Dialoghi con un ottimista, in salotto con Francesco Alberoni (Leima) Ritratto di un ottimista realizzato con le parole con Francesco Alberoni

Dialoghi con un ottimista, in salotto con Francesco Alberoni (Leima)

Alternando al classico “botta e risposta” di stampo giornalistico le proprie riflessioni personali, Maria Giovanna Farina ci offre un ritratto particolarissimo e fuori dalle righe di Francesco Alberoni. Partendo da argomenti cari al sociologo – l’amore, i rapporti sociali, i valori della vita – questa speciale “chiacchierata” oscilla tra il formale e l’informale, tra il pubblico e il privato, tra la cultura e la semplicità, con la leggerezza e l’ironia che da sempre hanno caratterizzato lo stile di Alberoni. Per suggerirci una visione positiva dell’uomo e della vita, proponendo l’ottimismo come obiettivo da perseguire ogni giorno per migliorare la nostra esistenza.

 

Il tifo è una malattia

immagine tratta dal web

Negli ultimi anni siamo testimoni di una recrudescenza inaccettabile di episodi di tifoseria violenta che si è spinta fino all’omicidio del proprio rivale di squadra. Inutile dire che il calcio come sport dovrebbe promuovere la socialità, la volontà di fare squadra per considerare l’avversario un soggetto che può perdere o vincere e non un nemico. Ma non è così. Il calcio, in modo particolare, ha canalizzato troppe frustrazioni, bisogni di sfogare la violenza, necessità di trovare un nemico da eliminare e non solo in senso metaforico. In questo contesto si inseriscono soggetti deviati e desiderosi di scontro totale. Proprio l’altro giorno, ascoltando la frase di una persona che commentava l’ennesimo contrasto tra antagonisti, – Il tifo malato conduce… -, ho iniziato a riflettere sul significato della parola tifo. Il tifo è una malattia molto grave che fortunatamente è stata debellata, una patologia in grado di colpire l’intestino lacerandolo e conducendo anche alla morte. Sottolineo che tra i vari sintomi c’è anche quello della coscienza annebbiata…

Di conseguenza tifo malato è una tautologia, una ripetizione ovvia, il tifo è in sé una malattia da qualsiasi punto lo si voglia osservare. Ci si può ammalare di calcio? Qual’è la cura? Domande che mi sono posta per immaginare un percorso di risanamento. Se vogliamo uscire da questa situazione, un piccolo ma importante passo avanti è prestare attenzione al senso delle parole. Non possiamo più usare il termine tifo per indicare l’interesse acceso per l’Inter, il Milan, il Napoli… ma con maggiore attenzione al linguaggio potremmo parlare di passione per una squadra. La passione è un sentimento costruttivo che conduce al bello che c’è in noi e nell’altro. La passione ci eleva perché è sorretta dall’amore sano e propositivo. La passione ci conduce a costruire e non a distruggere. Ricordando più spesso l’importanza del linguaggio per la civilizzazione ed eliminando l’aggressività insita nel termine, potremmo avviarci verso una possibile e auspicata “guarigione”.

 Maria Giovanna Farina ©Riproduzione riservata

Poesia dedicata alla ri-cerca della Madre

Una mia poesia scritta qualche anno fa pensando a tutti gli aspetti della madre, le sue varie sfaccettature. Nella ri-cerca continua di un figlio/a che vorrebbe risposte.

Madre, dimmi chi sono

ac

buca

Madre, madre, madre

Mille volte madre e mille volte figlio

L’incontro con te è estremo dolore ed estremo piacere

Non conosce pace la continua ricerca di te

Sei nell’acqua cristallina, sei in una buca profonda e buia

sei in un seno nutriente, sei in un deserto infuocato

Trovarti è facile e a volte impossibile

Sei la mia origine, sei la mia fine

Sei la mia oasi, sei la mia tomba

Madre, dimmi chi sono

Non posso più aspettare.

© Riproduzione riservata

Perché amo la filosofia

 E’ una soluzione alle difficoltà dell’esistenza

albero

Albero della vita, disegno a matita di Flavio Lappo, 2016

Mi sono più volte chiesta cosa mi abbia spinta nelle braccia di una disciplina così grande e ricca di argomenti, la risposta è stata: l’amore. Banalmente la parola filosofia significa amore per la sapienza che è conoscenza, ma i miei sentimenti non sono sorti dalla ricerca di un significato: l’amore è una forza eterna anche se le relazioni sono fugaci, è da questo bisogno di durata, di sicurezza, di risposte interiori che è venuta al mondo la mia passione.

Il primo dialogo di Platone, il più grande e famoso allievo di Socrate, che lessi a scuola fu il Simposio. Lì l’amore è celebrato attraverso il racconto delle sue molteplici raffigurazioni e applicazioni. Quando parliamo d’amore pensiamo subito al cuore rosso vibrante di ardore per un essere umano che ci ha catturati mentalmente e fisicamente, ma l’amore, ci insegna Platone per bocca di Socrate, è anche passione per la politica, la cultura, la vita sociale. L’amore, potremmo tradurre con il nostro linguaggio contemporaneo, è appassionarci e dedicarci completamente ad un’attività per svolgerla nel migliore dei modi possibili, dandoci completamente. Amore è anche un’Idea che appartiene all’Iperuranio, a quel mondo intellegibile che non possiamo vedere ma che rende certo, dandoci un modello eterno, ciò che per noi è solo apparenza. Le idee sono nella mente, fuori troviamo solo oggetti molteplici che rimandano all’ideale. Non dobbiamo spaventarci e credere che con questa concezione Socrate ci voglia allontanare dalla nostra quotidiana fruizione di Amore. Il maestro ateniese ci insegna a riconoscere il vero significato di Eros/Amore, la sua natura e la sua vita mondana sono ciò che possiamo incontrare quotidianamente. Noi comuni mortali sentiamo la necessità di esempi concreti ed ecco che da buon maestro e maieuta Socrate ci dice quello di cui abbiamo bisogno. Eros è un semidio, figlio di Povertà ed Espediente, nasce con le caratteristiche peculiari di entrambi i genitori. Come la madre è sempre povero e mancante, l’amore ha bisogno infatti di un costante nutrimento e non si accontenta mai di quello che possiede ma è sempre alla ri-cerca. Come il padre sa però risolvere con veloci espedienti le situazioni che gli si presentano, per natura sa affrontare e trovare soluzioni. La povertà gli ha insegnato a sopportare le avversità e a cercare ciò che gli manca, mentre la capacità di risolvere al volo le situazioni difficili lo rende immortale. E così Eros/Amore è un essere capace di ridarci la vita, la speranza, la forza anche quando tutto ci sembra perduto. Amore deve lottare in eterno con chi gli si oppone: Morte, che è odio e distruzione.

Amo la Filosofia perché mi ha regalato una formazione, un nutrimento, una possibilità di viver la vita con gli occhi aperti sul mondo, di pensare con le mie risorse per farmi un’idea personale di ogni fatto senza scordare che poi il dialogo saprà creare nuove idee e nuove possibilità. Platone è meglio del Prozac, scrive Lou Marinoff, e per questa ragione non può essere una forma di narcotico per sedare il dolore dell’anima, bensì essa sa far uscire il malessere per allontanarlo e darci così nuove possibilità di esistenza. Nuove occasioni all’insegna della ri-cerca continua di un senso, di una ragione, di un grande amore per la vita individuale e collettiva. Non dimentichiamo mai che la filosofia vuole essere sì amata, ma soprattutto elaborata per trasformarsi in pillole di saggezza.

Maria Giovanna Farina © Riproduzione riservata

L’utero in affitto è una pratica eticamente scorretta

Maternità surrogata: una pratica eticamente scorretta

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Il buonismo, che da sempre abbonda sulle bocche di certi politici, e il caso Niki Vendola hanno acceso il dibattito, ma urlare non serve a nulla perché si crea solo caos e incomprensione. Cerchiamo di riportare il discorso ai toni adeguati di una conversazione dialogante e smettiamola di “giocare” a chi urla di più il proprio pensiero a volte, tra l’altro, non supportato da competenze adeguate. L’utero in affitto è una pratica eticamente scorretta e ciò credo sia valido al di là del credo politico e religioso di ognuno di noi. Affittiamo la donna come contenitore usa e getta e priviamo il neonato del contatto con la mamma quando ne ha più bisogno. Questo uso del corpo della donna non si può paragonare alla prostituzione perché se pur basata sullo sfruttamento non coinvolge un essere innocente. Anni e anni di pedagogia e psicologia ci insegnano l’importanza della figura materna che a volte, è vero, può essere una persona negativa, pensiamo a Melania Klein e alla sua teoria della mamma buona e cattiva: la mamma non è sempre disponibile e il neonato si crea un senso di realtà comprendendo che c’è il buono e il cattivo, questo è ciò che serve alla crescita. Ma deprivare a priori un essere vivente della mamma è un gesto che non possiamo permettere. Per queste parole potrei da taluni essere tacciata di omofobia, ma non tiriamola in ballo a sproposito perché omofobia significa letteralmente paura persistente e patologica per tutto ciò che è omo: oggi se solo si apre bocca senza elogiare la causa omosessuale si viene etichettati a vita come omofobici. Non lo accetto come non accetto di dovermi difendere dalle etichette stesse.

Maria Giovanna Farina – filosofa, consulente filosofico e scrittrice

esperta di relazioni umane e autrice della tesi di laurea “Il ruolo della madre nell’omosessualità maschile”

Il mio Pan de Mej: la memoria in cucina

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Una specialità lombarda che amo fin dall’infanzia, per questa ragione la propongo nella rubrica di Socrate. Il cibo è un momento importante della nostra vita, è relazione e amore. Vi suggerisco questo dolce, rimarrete estasiati!

Ingredienti:

250 gr di farina (150 gialla finissima e 100 bianca)

75 burro

100 zucchero

1 bustina di lievito

1 bustina di vanillina

2 uova

mezzo bicchiere di latte

un pizzico di sale

 Procedimento:

Sciogliete il burro a bagnomaria, unite lo zucchero e le uova e sbattete con una frusta. Poi incorporate un po’ alla volta le farine, il lievito e la vanillina. Aggiungete il latte e lavorate con le mani. L’impasto deve essere morbido, se risultasse troppo molle aggiungere q.b. in proporzioni un po’ delle due farine. Imburrate la piastra del forno e dividete l’impasto in otto panetti rotondi che schiaccerete come nella foto. Cospargete i panetti con un po’ di zucchero così che la cottura formerà una crosta di zucchero. Cuocere a 180 gradi per 15 – 20 minuti a seconda del forno, controllate che prendano un bel color biscotto. Prova stecchino finale per decretarne la cottura.

Maria Giovanna Farina