Irrational man di Woody Allen

irrrational manIrrational man l’ultimo film di Woody Allen. Ho riflettuto parecchio prima di scrivere questa recensione perché dopo la sua bella pellicola Midnight in Paris del 2011 ero rimasta un po’ delusa da Bleu Jasmine del 2014 infatti il titolo del mio scritto di allora era “Bleu Jasmine, promossa l’attrice bocciato il film”. Allen metteva in ridicolo la psicoanalisi e la cosa non mi era piaciuta perché le generalizzazioni sono antifilosofiche: se qualche psicoanalista è incapace non è detto che lo siano tutti. Bene, con questo nuovo film ha messo alla berlina i filosofi. Questo è troppo! Vale lo stesso argomento, ci sono filosofi poco affidabili che non sanno applicare la filosofia alla vita… ma il suo personaggio è un idiota patentato che non ne combina una giusta. Intreccia una relazione con una studentessa, è dedito all’alcol, non ha più interesse per la vita, ma quando decide di uccidere un uomo torna energico come non mai… leggete la trama in rete. Io mi rifiuto di andare oltre e non riesco a sorridere nemmeno pensando che sia un suo tentativo di ironia surreale. Nell’attesa e nella speranza che Allen possa leggere questa recensione, mi auguro di vedere un suo prossimo film degno della sua arte. Magari qualche seduta dal filosofo potrebbe istruirlo meglio sull’argomento.

Nel suo libro La formazione dello spirito scientifico, il filosofo Gaston Bachelard ci racconta che un epistemologo irriverente disse che i grandi uomini sono utili alla scienza nella prima metà della loro vita, ma nocivi nella seconda. Possiamo applicarlo anche alla filmografia…

Maria Giovanna Farina © Riproduzione riservata

Scuola di salvataggio

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img tratta dal web

La ragazzina dodicenne che oggi 18 gennaio si è gettata dal balcone a Pordenone, per fortuna senza gravissime conseguenze, è l’ennesima testimonianza della fragilità dei nostri ragazzi. Ha lasciato due lettere una ai genitori e una ai compagni dicendo “Adesso sarete contenti?” Le frustrazioni, le persecuzioni, il cosiddetto bullismo, sono fenomeni sempre esistiti, oggi forse sono più sentiti. Ma ci mostrano come troppi giovani e giovanissimi non siano più in grado di difendersi. Perché? Non credo sia solo la deriva violenta della società, ma che dipenda molto dalla mancanza di autosufficienza: si impara troppo poco a cavarsela, si vive in un ambiente troppo protettivo anche se spesso povero di relazioni vere. Così non si fa “scuola di salvataggio”. Un tempo il cortile e il marciapiede erano luoghi dove si imparava l’arte di vivere, dove incontravi lo stronzetto/a di turno che ti metteva in crisi: deridendoti, facendoti lo sgambetto fino a esasperarti. Ma poi dovevi reagire in qualche modo e tutto questa palestra di vita non ti lasciava il tempo di pensare a suicidarti. Il suggerimento è: lasciamo che i bambini imparino fin da piccoli a mettere in fuga l’aggressore. Come? Buttiamolo nella mischia controllandolo a distanza, poi dialoghiamo con lui spegnendo per qualche ora tutti i media. Poi eventualmente ci si può far aiutare da un esperto.

Maria Giovanna Farina   © Riproduzione riservata

Addio a David Bowie

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Foto pubblicata su Facebook per il suo ultimo compleanno

Mitico innovatore camaleonte: è morto David Bowie pochi giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno, il Duca Bianco, come veniva appellato dai fan, ha smesso di lottare contro il cancro.  David Robert Jones nacque a Londra l’8 gennaio del 1947, l’annuncio della sua scomparsa è stata pubblicata sul suo profilo ufficiale Twitter e Facebook: “Dopo 18 mesi di lotta contro il cancro se ne è andato in serenità circondato dalla sua famiglia”. La notizia è stata confermata poco dopo l’annuncio anche dal figlio, il regista Duncan Jones, noto anche come Zowie Bowie.

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La scomparsa di un personaggio che nel corso degli anni è diventato un’icona nel proprio genere suscita immancabilmente cordoglio e interessamento dei mass media che per aumentare l’audience sono sempre disposti a tutto, e quando il de cuius apparteneva al mondo dello spettacolo, come nel caso di David Bowie, la schiera dei suoi ammiratori piange e lo commemora, nascono nuovi club a lui dedicati e per un certo periodo di tempo il suo nome subisce un’impennata di notorietà. Anche altri meno addolorati sono però interessati alla sua persona in quanto tutto ciò che materialmente lo riguardava acquisisce maggior valore e la ricerca di quanto gli è appartenuto diventa oggetto di culto e di desiderio per i collezionisti, a volte anche per quelli che lo conoscevano a malapena, ma consapevoli di quanto potrebbe valere l’accaparrarsi cimeli appartenuti all’icona in questione. Sì, come sempre quando c’è odore di facili guadagni nasce un mercato più o meno sommerso in cui affaristi sfruttano la fama di chi non c’è più per arricchirsi. Tutto quanto lo riguardava acquisisce inaspettato valore: abiti, dischi, biglietti d’ingresso ai cuoi concerti, lettere, gadget, qualunque cosa lo riguardasse. È doloroso vedere come ci sia sempre qualcuno pronto a sfruttare le disgrazie altrui, ma, cinicamente, anche questo contribuisce ad alimentare la fama e ricordare chi non è più tra noi.

Max Bonfanti © Riproduzione riservata

Libertà: diritto e dovere

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Voglio essere libero, voglio essere libera. Quante volte abbiamo detto e o udito questa frase? Innumerevoli. La libertà è un bene che sentiamo venir meno, se non fosse così non avremmo motivo di dichiarare questo bisogno. Nasciamo liberi senza costrizioni dopo essere stati nel grembo materno che è un’incubazione di formazione, un luogo dove senza nessuno che ci crea ostacoli ci possiamo preparare per venire al mondo. Ed è proprio nel mondo che ha inizio la nostra lotta quotidiana per difendere la libertà, soprattutto di essere quello che vogliamo essere. Sì, perché altre forme di libertà sono del tutto opinabili, nella nostra organizzazione sociale ci siamo trasformati in numeri: partita iva, cartella esattoriale, documento di identità, codice fiscale, scheda elettorale, previdenza sociale… fino al numero della tomba al cimitero. La mancanza di libertà non deve trasformarsi però in sopraffazione per condurci a trattare l’altro senza alcun rispetto per la sua libertà. Se riflettessimo su questo aspetto della nostra esistenza non ci accaniremmo più contro chi è diverso dalla maggioranza perché basterebbe rifletterci solo pochi minuti per capire che se non possiamo essere quello che siamo, in qualsiasi modo siamo, non ci resta più alcun margine di movimento autonomo tra gli spazi sempre più angusti di questa esistenza. In conclusione smettiamo di giudicarci e iniziamo a rispettarci. Il rispetto per l’altro, per come è e per come vuole essere, si trasformerà in libertà per entrambi; ricordiamo che giudicare ci rende schiavi perché additare chi non è come noi è una forma di pre-giudizio. Penso che una frase gergale come “Fatti i fatti tuoi” sia quantomai azzeccata, aggiungerei di farci gli affari degli atri quando loro ce lo chiedono oppure quando hanno bisogno di aiuto, soccorso per fame, per malattia, per disagio sociale, perché li abbiamo investi con l’auto: già, ma li non ce li facciamo abbastanza.

Maria Giovanna Farina

tutti i diritti riservati

Amare gli animali: smantelliamo i pregiudizi

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Lo sguardo ci parla

Gli animali domestici fanno parte della nostra vita quotidiana, amarli è naturale. Ciò non comporta necessariamente sminuire i rapporti umani. Frasi come “Ama più i cani che le persone” sono frutto di uno stereotipo che vede gli animali inferiori, non degni di diritti ma oggetti da bistrattare. Non sto a specificare da dove nasca questo disdicevole luogo comune, mi interessa di più soffermare la mia riflessione sull’infondatezza di un simile giudizio. Amare è una dotazione presente negli esseri umani, a volte questo nobile sentimento viene soffocato dall’odio e da tutte le sue peggiori derivazioni, mentre l’insensibilità prende il sopravvento. Se un cane o un gatto dovessero diventare la possibilità di lasciar uscire il meglio di noi perché rinunciare?

Un’altra frase ricorrente: “Con i bambini che muoiono di fame, spende un sacco di soldi per il cibo del suo gatto”. È vero a volte alcune persone perdono di vista la realtà e non si rendono conto che un animale non ha l’esigenza di mangiare il salmone al vapore, allo stesso tempo possiamo renderci conto che le sorti dei bambini poveri non cambiano se la signora della porta accanto nutre il suo animale con prelibatezze. Cambierebbe qualcosa se la stessa signora aiutasse un meno abbiente, ma forse lo fa già e noi non lo sappiamo.

Tutto questo per dire che non si più puntare il dito sui rapporti tra animali da compagnia e esseri umani basandosi su antichi e stanchi pregiudizi. Amare un animale non toglie nulla all’amore per i nostri simili, anzi ci aiuta a comprendere che siamo tutti figli di questa Terra che tanto avrebbe bisogno di amore, rispetto, solidarietà.

Maria Giovanna Farina

© Riproduzione riservata

Classi sociali canine: lo sapevate che esistono le “caste”?

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Come ogni mattina sono uscita con la cagnolina e in fondo alla via ho notato un gruppo di donne con i loro rispettivi cani, tutti di piccola taglia. Mentre mi avvicino, un barboncino, protendendosi con foga, obbliga la padrona ad uscire dal gruppetto per avvicinarsi alla mia quadrupede. La signora è molto titubante, ma poi vince l’esitazione e dopo qualche secondo, appena il tempo che i due pelosi si siano dati un’annusatina, esclama: “Dai amore, adesso torna dai tuoi amichetti se no ci rimangono male”. Io sorrido e passo oltre. Le signore avevano formato un gruppo chiuso in cui nessuno poteva entrare e, dandosi un atteggiamento di superiore importanza, non potevano permettere che una cagnolina qualunque rompesse il loro equilibrio. Poi, una come me che esce di casa in jeans e scarpe da ginnastica per essere libera di far divertire il cane, come può entrare in un circolo chiuso di signore eleganti, mamme chic di cagnolini con la puzzetta sotto il naso? La puzzetta è delle mamme e i poveri pelosetti ne colgono il maleodorante odore, loro malgrado.

Mi sono concessa una risata e poi ho pensato: non facciamo in tempo a predicare l’uguaglianza tra gli umani che già pensano di costruire le “scale sociali” canine.

Maria Giovanna Farina

© Riproduzione riservata

 

Ho messo le ali: per riuscire a dire no

Come si fa a comprare un etto di prosciutto senza che il salumiere ce ne venda più di quello che abbiamo chiesto? In questo video un esempio tratto da Ho messo le ali per riuscire a dire No! Si parte dalla cose semplici per poi raggiungere risultati più complicati e lo vedremo nei prossimi appuntamenti. Per ora andiamo a fare la spesa….

Se però devi dire qualcosa a qualcuno e proprio non ce la fai, o non te la senti per qualunque motivo, lo posso fare io per te. Mi trasformo in una sorta di messaggero che parla al tuo posto. Per saperne di più puoi contattarmi, trovi i miei recapiti su www.mariagiovannafarina.it

Ho messo le ali: prima mossa

Ho messo le ali

Prima mossa: abbraccia l’ottimismo

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immagini tratte dal web

Se vuoi mettere le ali, questo è il primo e fondamentale passaggio

Tutto è già dentro di noi, diceva Socrate, lo aveva capito senza studi scientifici ma basandosi su intuito, esperienza e casistica. Non nasciamo certo con le conoscenze innate ma con la capacità di apprendere. Questo vale anche per una disposizione fondamentale come l’ottimismo. In medicina esistono i “falsi” medicinali, i cosiddetti placebo, che svolgono la funzione, ad esempio, di farci passare il mal di testa per il solo fatto che siamo convinti di aver preso un antidolorifico, invece abbiamo ingoiato inconsapevolmente un preparato senza principio attivo. Anche le parole, con la loro azione terapeutica, sono un placebo ma riescono ad esserlo anche in negativo diventando un nocebo (il contrario di placebo). Se riesco a convincerti che il numero 17 porta sfortuna, sarà più facile che quel giorno ti capiti qualcosa di brutto perché sei nella propensione negativa in cui ti ho spinto. C’è una predisposizione innata al pessimismo? Forse, ma siamo noi a permettere che essa agisca. Essere ottimisti, pertanto, dipende anche da noi.

Maria Giovanna Farina © Riproduzione riservata

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Il bambino viene prima di tutto

Una riflessione sul caso Martina Levato

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Immagine presa dalla rete

La madre dona la vita dando alla luce un figlio. Madre e figlio si donano reciprocamente, ognuno dei due vive e gioisce grazie all’altro. Il caso di Martina Levato ha sollevato polemiche e indignazione ma anche la possibilità di importanti riflessioni. Prima di tutto ritengo sia utile conoscere non solo i fatti ma anche le persone prima di giungere a conclusioni teoriche o emotive. Ciò che sappiamo con certezza è che la donna ha sfigurato con l’acido il suo ex fidanzato spingendo l’attuale compagno a farsi suo complice; inoltre ha portato a termine altre aggressioni delle quali dovrà rispondere alla giustizia. Conosciamo la Levato solo dai fatti che ci raccontano, per questo credo si debba solo dire qualcosa di generico.

Ciò che ha colpito tutti è stata l’azione di allontanare immediatamente il bambino dalla madre, impedire alla mamma di vedere il proprio figlio appena partorito ci è apparso un gesto duro e mortale opposto alla nascita che è gioia e vita che sorge. Non possiamo però scordare i gesti terribili commessi da questa madre, una donna particolare, angosciante e terrificante, per le imprese commesse. Però non è un’infanticida.

Tenere tra le braccia il bimbo appena nato è in sé un atto terapeutico: lo è per la madre che riconosce finalmente ciò che ha portato dentro il proprio corpo, lo è soprattutto per il piccolo che grazie a sua madre incontra per la prima volta il mondo. Solo lei può accompagnarlo verso questa prima e fondamentale scoperta, lei che lo ha custodito e fatto crescere. La legge fa il proprio corso, è l’applicazione di una norma ed è giusto sia così, ma chi la adotta non può dimenticare che la prima esperienza di un bambino nel mondo se negata non gliela restituirà più nessuno. Il bambino viene prima di tutto, recitano i manuali di pedagogia, al di là di chi sia sua madre aggiungo io, ma purtroppo non sempre è così. Poi, con la competenza che il caso richiede, si dovrà accertare se la madre è in grado di occuparsene, altrimenti sarà meglio affidarlo a chi lo potrà crescere nel modo migliore.

 Maria Giovanna Farina © Riproduzione riservata

Ho messo le ali

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Un nuovo spazio per parlare di filosofia pratica, per raccontare a tutti i lettori come si possono “mettere le ali” e vivere meglio. Ma cosa significa mettere le ali? Vuol dire trovare la propria dimensione, il proprio spazio nel mondo, il proprio senso della vita… Significa amarsi e per riuscirci è necessario liberarsi da pesi inutili. Solo così si potrà spiccare il volo. In questo blog darò le istruzioni pratiche necessarie. Vi aspetto!

Il testo di riferimento è Ho messo le ali, disponibile anche in e-book su tutti i siti di vendita

 

 

 

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